“Un’agenda di speranza per il futuro: economia, lavoro, politica e presenza dei cristiani” è il titolo della VII settimana sociale della diocesi di Concordia-Pordenone, che prevede tre incontri, oggi, mercoledì e venerdì, nell’auditorium di Pordenone Fiere, in viale Treviso. La settimana sociale rappresenta un appuntamento qualificato di formazione proposto a tutti i cristiani su importanti tematiche connesse alla dottrina sociale della Chiesa. Quest’anno i temi legati all’economia e al lavoro si fanno stringenti, tanto più dopo la pubblicazione dell’enciclica “Caritas in veritate”, di chiaro contenuto sociale. I cristiani vogliono interrogarsi su quali aggiustamenti di rotta adottare, anche dal punto di vista morale, valoriale, sociale e politico, per superare la crisi. La settima edizione della settimana sociale inaugura un nuovo canale di comunicazione (http://settimanasocialepn.blogspot.com) tramite il quale si sono raccolte le riflessioni e le proposte utili a disegnare un progetto di speranza per il futuro, oltre la semplice attesa di una ripresa economica senza novità sostanziali. Tale percorso si concluderà con la celebrazione della settimana sociale nazionale che si terrà nell’autunno 2010 a Reggio Calabria. Questo il programma. Stasera, alle 20.30, il tema sarà “L’attuale crisi: uno sguardo in profondità”, con gli interventi di Bruno Anastasia, economista, e di monsignor Paolo Doni, teologo, esperto di magistero sociale. L’introduzione sarà del vescovo, monsignor Ovidio Poletto, mentre la serata sarà coordinata da Stefano Franzin, del comitato diocesano per la settimana sociale. Mercoledì, alle 20.30, il tema sarà “Caritas in veritate”, la prima enciclica sociale di Benedetto XVI, che sarà presentata da monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali nazionali. Coordinerà Nicola Fadel, presidente delle Acli provinciali di Pordenone. Venerdì, alle 20.30, si parlerà di “Nuove presenze e nuove idee nel lavoro e nell’economia”: si confronteranno Roberto Siagri, presidente e amministratore delegato della Eurotech, e Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl. Coordinerà Chiara Mio, professore associato nel dipartimento di Economia e direzione aziendale dell’università Ca’ Foscari di Venezia.
martedì 13 ottobre 2009
dal MESSAGGERO DI PORDENONE, Lunedi 12 ottobre 2009
“Un’agenda di speranza per il futuro: economia, lavoro, politica e presenza dei cristiani” è il titolo della VII settimana sociale della diocesi di Concordia-Pordenone, che prevede tre incontri, oggi, mercoledì e venerdì, nell’auditorium di Pordenone Fiere, in viale Treviso. La settimana sociale rappresenta un appuntamento qualificato di formazione proposto a tutti i cristiani su importanti tematiche connesse alla dottrina sociale della Chiesa. Quest’anno i temi legati all’economia e al lavoro si fanno stringenti, tanto più dopo la pubblicazione dell’enciclica “Caritas in veritate”, di chiaro contenuto sociale. I cristiani vogliono interrogarsi su quali aggiustamenti di rotta adottare, anche dal punto di vista morale, valoriale, sociale e politico, per superare la crisi. La settima edizione della settimana sociale inaugura un nuovo canale di comunicazione (http://settimanasocialepn.blogspot.com) tramite il quale si sono raccolte le riflessioni e le proposte utili a disegnare un progetto di speranza per il futuro, oltre la semplice attesa di una ripresa economica senza novità sostanziali. Tale percorso si concluderà con la celebrazione della settimana sociale nazionale che si terrà nell’autunno 2010 a Reggio Calabria. Questo il programma. Stasera, alle 20.30, il tema sarà “L’attuale crisi: uno sguardo in profondità”, con gli interventi di Bruno Anastasia, economista, e di monsignor Paolo Doni, teologo, esperto di magistero sociale. L’introduzione sarà del vescovo, monsignor Ovidio Poletto, mentre la serata sarà coordinata da Stefano Franzin, del comitato diocesano per la settimana sociale. Mercoledì, alle 20.30, il tema sarà “Caritas in veritate”, la prima enciclica sociale di Benedetto XVI, che sarà presentata da monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali nazionali. Coordinerà Nicola Fadel, presidente delle Acli provinciali di Pordenone. Venerdì, alle 20.30, si parlerà di “Nuove presenze e nuove idee nel lavoro e nell’economia”: si confronteranno Roberto Siagri, presidente e amministratore delegato della Eurotech, e Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl. Coordinerà Chiara Mio, professore associato nel dipartimento di Economia e direzione aziendale dell’università Ca’ Foscari di Venezia.
dal GAZZETTINO, Lunedi 12 Ottobre 2009
martedì 6 ottobre 2009
Riflessione sulla situazioni socio-economica della provincia di Pordenone
L'attuale crisi economica fa emergere l'impossibilità dell'esistere di un'economia senza un'etica:mancando l'etica, l'economia cessa d’essere libera e cessa di essere tale (la crisi effettiva non è nata oggi, è nata con il boom economico degli anni '60 e '70). Nella ricerca delle cause non dobbiamo fermarci ai dettagli tecnici, ma ricordare la cosa più importante: l'economia è gestita dall'uomo e dalla sua autonomia. La crisi ci dimostra come l'attività finanziaria spesso sia guidata da logiche puramente autoreferenziali ed egoistiche, prive della considerazione del bene comune e quindi dell'altro.
2. Come giudica oggi la difficoltà nelle persone di riconoscere il senso di appartenere ad una comunità e di agire oltre il proprio interesse?
Innanzitutto, va sottolineata la centralità della persona, la risorsa umana come valore determinante. Va riscoperta, sia nel mondo economico, sia all'interno delle nostre comunità. La necessità di bene comune, e quindi dell'essere veramente buoni, rende perché aumenta la fiducia e ravviva il senso di comunità necessario ad agire oltre il proprio interesse. L'esigenza è di ripartire dalla persona perché se non so chi è l'uomo, il senso di appartenere ad una comunità è privo di basi.
3. Si può ancora parlare di cultura dell'accoglienza, nel nostro territorio, che vanta di fatto un ottimo livello di convivenza con gli stranieri, mentre si esprimono sempre di più opinioni contrarie?
A tal proposito ritengo vada assolutamente richiamata l'ultima enciclica di Benedetto XVI che affronta il tema dello sviluppo e ci mette in guardia circa “l’esclusivo obiettivo del profitto”, il quale “senza il bene come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”. Alcuni elementi negativi, come ad esempio: una finanza speculativa; flussi migratori provocati e poi mal gestiti; lo sfruttamento delle risorse della terra; la delocalizzazione delle produzioni di basso costo da parte dei Paesi ricchi, provocano una crescita della ricchezza mondiale in termini assoluti, ma influiscono aumentando le disparità e comportano la riduzione delle reti di sicurezza sociale, mettendo in pericolo particolarmente i diritti dei lavoratori, deplorando anche i tagli alla spesa sociale. Lasciare i cittadini impotenti di fronte a tutta questa serie di rischi (che la storia in parte già ci insegna) influisce sui rapporti di solidarietà sociale nei confronti dei più deboli portando a nuove divisioni ed a danni sconosciuti. C'è persino chi, nel nostro piccolo benessere mette in dubbio l'unità italiana, la nostra bandiera, il nostro inno senza guardare a ciò che appunto la storia non molto lontana ci insegna.
4. Esiste ancora il cittadino che costruisce relazioni, che agisce secondo dei valori per il bene comune?
E' sempre esistito. Non dobbiamo nasconderci dietro al timore che “tutto va male ed il bene non lo fa più nessuno”. Rimanendo sempre in tema di economia mi sento di menzionare realtà come la finanza etica, il non profit, il microcredito. Dopo gli scandali del capitalismo americano e nostrano, si è ripreso in modo sempre più sostanzioso a parlare di etica, onestà, lealtà, sacrificio, magnanimità, umiltà. Questi termini ritornano ad essere sempre di più mission aziendali ma non solo; riempiono il “mondo del business” sperando che non sia "un mondo di busiers" (“bugiardi”, giocando con il nostro dialetto). Questo perché, ora più che mai, si ricomincia a rendersi conto che la dimensione fondamentale per ogni rapporto è relazionale, umana, diretta. Quindi qualsiasi tipo di sviluppo, se vuole essere davvero umano, deve far spazio al principio di gratuità, di dono. Senza forme di solidarietà e reciproca fiducia non si possono costruire nuove e vere relazioni (vedi il successo dell'Italia dal dopo guerra)
5. Quale posto hanno le fragilità, le vulnerabilità sociali nella nostra comunità?
Benedetto XVI lo scorso primo gennaio, indicando come esempio Maria, ebbe a dire nella sua omelia: "Dio si era fatto povero per noi, per arricchirci della sua povertà piena d'amore, per esortarci a frenare l'ingordigia insaziabile che suscita lotte e divisioni, per invitarci a moderare la smania di possedere e ad essere così disponibili alla condivisione e all'accoglienza reciproca". Penso che queste parole diano un senso basilare a quali siano i limiti le vere ricchezze da accumulare, il resto crea fragilità e vulnerabilità sociale nelle comunità.
6. Quali sono, secondo Lei, i valori dai quali partire oggi per recuperare speranza e fiducia nel futuro?
Benedetto XVI ha ragione a presentare l'enciclica sociale "Carità nella verità" come la principale forza propulsiva per il vero sviluppo. E’ sempre più necessaria la guida della carità nella verità, nella società, nella comunità. Come già anticipavo, valori come "onestà, lealtà, sacrificio, impegno, magnanimità, umiltà" diventano fondamenta di speranza e fiducia sulle quali ripartire.
7. Come promuovere la costruzione di una società, a partire dalla nostra comunità, nella quale la persona sia al centro della convivenza civile?
Come comunità è necessario mobilitarci verso esiti umani perché la globalizzazione ci rende vicini ma non ci offre quel senso di fraternità che sta alla base delle stesse comunità, intese come famiglie allargate. Se ragioniamo in ottiche di fraternità , vogliamo il bene dell'altro e non solo il nostro, questo va però cercato innanzitutto nella volontà, nel pensiero degli uomini e dei popoli.
8. Quali sono i settori economici sui quali puntare per andare oltre la crisi? (per gli imprenditori: come la Sua impresa sta affrontando questo momento di crisi? Guardando con fiducia al futuro, quali le previsioni sui tempi di ripresa? Ci sono prospettive per i più giovani?)
Bisogna investire sulla persona, sulle sue capacità, sulla sua creatività e rimettere al centro l'etica e la vita in senso lato.
9. Quale senso rinnovato dare oggi al lavoro e quale motivazione recuperare sul piano della solidarietà tra lavoratori?
Dodici domande a Marco Barbarin (Amministratore Delegato Intermek) sulla situazione socio-economica di Pordenone
1. Secondo Lei, quali insegnamenti trarre dall’attuale crisi economica?
Mi ricordo una frase di Orazio: “est modus in rebus”. Ritengo che l’attuale crisi segua un periodo di eccessiva euforia finanziaria/produttiva; potrà portare qualche insegnamento solo se recupereremo un approccio più moderato al perseguimento del benessere.
2. Come giudica oggi la difficoltà nelle persone di riconoscere il senso di appartenere ad una comunità e di agire oltre il proprio interesse?
E’ grave, soprattutto perché facente parte di un più generale smarrimento di senso. L’appartenenza alla comunità e l’interesse collettivo sono concetti complessi un po’ dimenticati ma che dovremmo sforzarci di frequentare più spesso.
3. Dal Suo particolare punto d’osservazione, come la crisi sta influendo sui rapporti di solidarietà sociale nei confronti dei più deboli?
Vedo che le persone reagiscono in modo diverso alle difficoltà: alcuni aumentano l’impegno sociale/solidaristico mentre altri si chiudono in un atteggiamento egoistico. A qualche scivolone nell’intolleranza pongono rimedio le istituzioni, a mio avviso, recentemente, più reattive in quest’ambito.
4. Esiste ancora il cittadino che costruisce relazioni, che agisce secondo dei valori per il bene comune?
Certo, ci sono molti cittadini che agiscono per il bene comune, solo che non perdono occasione di “costruire” ed evitano la “pubblicità”. Come si suole dire, “il bene non fa rumore”; sembra non ce ne siano più ma, se così fosse, saremo già alla disfatta della società, e cosi non è.
5. Come ritrovare il senso del limite in relazione all’accumulo senza beneficio della società?
Questo è un tema enorme, gli stessi governanti e filosofi non hanno ricette efficaci. Credo che tutto debba essere valutato nella dimensione personale più che sociale, non credo che la società possa sviluppare un senso del limite senza compromettere il libero arbitrio. La soluzione deve essere individuale.
6. Quale posto hanno le fragilità, le vulnerabilità sociali nella nostra comunità?
Credo che queste sensazioni collettive debbano essere interpretate come un campanello d’allarme più che mancanza di sicurezza sociale. Sono richieste d’aiuto che la comunità amplifica per sollecitare le persone alle proprie responsabilità di cittadini.
7. Si può ancora parlare di cultura dell’accoglienza, nel nostro territorio, che vanta di fatto un ottimo livello di convivenza con gli stranieri, mentre si esprimono sempre di più opinioni contrarie?
Al di là di quanto ci viene mostrato il più delle volte dai mezzi di comunicazione, nel nostro paese c’è una forte componente di integrazione, basti pensare a quanta forza lavoro immigrata viene impiegata nelle nostre aziende e a quanto sia limitato nelle scuole il numero di classi non multietniche. Opinioni contrarie, contrarie alla cultura dell’accoglienza, devono tenere in considerazione la nostra Costituzione, che riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona, e la Carta dei valori del 2007, che riconosce e garantisce i diritti di cittadinanza e d’integrazione.
Questo rappresenta una grande protezione per tutte le persone che vivono e condividono la nostra cultura.
8. Quali sono, secondo Lei, i valori dai quali partire oggi per recuperare speranza e fiducia nel futuro?
L’Italia è uno dei Paesi più antichi d’Europa, espressione della cultura classica greca e romana. Si è sviluppata nell’orizzonte del cristianesimo e ha contribuito al riconoscimento dei principi di libertà e di giustizia, principi fondamento della Costituzione e delle istituzioni europee. Credo che nel nostro passato ci siano sufficienti esempi e spunti per avere speranza; il concretizzarsi di questa dipende solo dal nostro impegno.
9. A che punto siamo con la costruzione di una città aperta e abitabile per tutti?
Non ho la visibilità necessaria per rispondere a questa domanda; sicuramente le istituzioni sono impegnate costantemente in quest’opera di costruzione, attraverso lo sviluppo di azioni che consentano un reale inserimento di tutti nel tessuto sociale, mediante il coinvolgimento di tutti allo scopo di prevenire ogni forma di discriminazione, sostenendo i diritti di cittadinanza sociale soprattutto per minori, adolescenti, donne e richiedenti asilo.
10. Come promuovere la costruzione di una società, a partire dalla nostra comunità, nella quale la persona sia al centro della convivenza civile?
La società d’oggi sembra apprezzare più il consumo che la partecipazione. Un passo importante e’ proprio quello di re-impadronirsi della propria identità. Credo che sia sufficiente questo per poter affermare che la persona e’ il centro della convivenza civile.
11. Quali sono i settori economici sui quali puntare per andare oltre la crisi? (per gli imprenditori: come la Sua impresa sta affrontando questo momento di crisi? Guardando con fiducia al futuro, quali le previsioni sui tempi di ripresa? Ci sono prospettive per i più giovani?)
La risoluzione della crisi e’ un processo complesso che coinvolge principalmente gli Stati e le politiche economiche. Più localmente, la nostra tradizionale vocazione al lavoro unita ad uno spirito innovativo, credo, che ci porterà presto fuori da questo tunnel. Personalmente credo molto nello sviluppo di nuove idee nel settore energetico/fonti rinnovabili. All’interno della nostra Azienda stiamo pensando ad un progetto in quest’ambito, ma per ora sono solo idee.
12. Quale senso rinnovato dare oggi al lavoro e quale motivazione recuperare sul piano della solidarietà tra lavoratori?
La motivazione è un elemento chiave della scelta professionale perché è fondamentale per affrontare gli ostacoli e per raggiungere gli obiettivi. La motivazione è tanto più forte quanto più valore ha l’obiettivo. Capire il significato profondo, la missione, la finalità della propria attività lavorativa, permette di costruire un obiettivo professionale alimentato da una forte motivazione, il carburante che garantisce l’impegno per raggiungerlo.
giovedì 10 settembre 2009
Dodici domande al sindaco Bolzonello sulla situazione socio-economica di Pordenone
E’ necessario innanzitutto ricordare che questa è molto di più di una crisi economica e che dietro questa crisi non ci sono solo persone che hanno perso il posto di lavoro, ma famiglie con difficoltà economiche grazie ai loro stili di vita, figli in difficoltà rispetto a quanto sta accadendo alle loro famiglie, ceti deboli ulteriormente indeboliti anche dal punto di vista della loro capacità di incidere sulle scelte future della società in cui vivono.
L’insegnamento che se ne può trarre è che un modello di sviluppo e una cultura sottostante come quelle che abbiamo avuto più o meno dagli anni ’80 in poi, ha mostrato tutti i suoi limiti e che un sistema fondato più sulle operazioni finanziarie, più o meno spregiudicate, piuttosto che sulla economia reale, era destinato prima o poi a implodere se non supportato da stili di vita consoni alla tenuta della coesione sociale.
Se anche i sistemi più liberisti, di fronte alla crisi, hanno dovuto ricorrere all’intervento dello Stato, significa che i mercati vanno corretti e controllati e che è urgente l’introduzione di regole ispirate all’etica.
2 – Come giudica oggi la difficoltà nelle persone di riconoscere il senso di appartenere ad una comunità e di agire oltre il proprio interesse?
La cultura di cui parlavamo prima, fondata sull’arricchimento personale, sul successo, sull’avere più che sull’essere, ha oscurato concetti base come il senso di appartenenza alla comunità, l’altruismo, il perseguimento di interessi generali.
Il senso di appartenenza non viene, da parte di molti, riferito alla comunità, ma al proprio gruppo politico e sociale, all’etnia, all’identità.
Si capisce quindi molto bene la difficoltà di quanti interpretano e declinano il concetto di comunità e non trovano le condizioni attualmente più adatte per esprimerle compiutamente.
3 – Dal Suo particolare punto di osservazione, come la crisi sta influendo sui rapporti di solidarietà sociale nei confronti dei più deboli?
In presenza della crisi, non c’è stata una risposta univoca nei confronti dei più deboli. I rapporti di solidarietà sociale si sono rafforzati e intensificati, producendo lodevoli e generose iniziative, da parte di coloro che credono e praticano questo principio, mentre ci sono vasti strati di popolazione che ritengono che i problemi degli altri non li debbano riguardare. Dirò di più: proprio perché, come ho già detto in apertura, non c’è un modello di sviluppo sostenibile abbinato a stili di vita consoni a far sì che nessuno “rimanga indietro”, l’egoismo di molti prevale sull’altruismo di pochi.
4 – Esiste ancora il cittadino che costruisce relazioni, che agisce secondo dei valori per il bene comune?
Certo che esiste ancora, se non esistesse significa che siamo precipitati in un baratro da cui non si può risalire. I valori fondati sul bene comune possono essere più o meno forti e radicati, a seconda di epoche e periodi storici particolari, ma sono eterni e universali. Il problema è come far sì che questi esempi che sono sì minoranza, ma non così esigua, vengano non solo imitati “una tantum”, ma diventino parte del nostro vivere quotidiano di comunità. In tal senso è evidente che chi ricopre cariche pubbliche o ruoli guida nella società civile non può non avere comportamenti eticamente ineccepibili.
5 – Come ritrovare il senso del limite in relazione all’accumulo senza beneficio della società?
Questa è sicuramente la parte più difficile di un’eventuale operazione di ricucitura dei grandi squilibri sociali esistenti, perché implica la necessità di un nuovo patto generazionale e “interclassista” basato su di un nuovo modello di sviluppo della comunità non solo locale, ma globale.
Certo, se da qualche parte non si inizia non avremo mai la possibilità di una concreta applicazione di questa esigenza sentita da molti. E’ per questo che io ritengo che vi siano gli spazi necessari perché il mondo cattolico ed il mondo laico che si rifà a quei valori etici che pongono l’attenzione alla persona al centro della propria azione abbiano molto da dire e “da fare” in tal senso.
6 – Quale posto hanno le fragilità, le vulnerabilità sociali nella nostra comunità?
In questi anni gli enti pubblici, cooperative sociali e gruppi di volontariato, hanno creato una rete diffusa di protezione e di sostegno nei confronti delle classi più deboli, delle situazioni di disagio e di emarginazione. C’è quindi non solo spazio nei confronti di casi di vulnerabilità e di fragilità, ma anche risposte sufficientemente adeguate.
La sfida, in questi momenti di calo delle risorse, è mantenere e, se possibile, incrementare e non depotenziare o addirittura smantellare quanto si è costruito.
7 – Si può ancora parlare di cultura dell’accoglienza, nel nostro territorio, che vanta di fatto un ottimo livello di convivenza con gli stranieri, mentre si esprimono sempre più opinioni contrarie?
Tutte le classifiche relative all’accoglienza e all’integrazione pongono stabilmente Pordenone ai primi posti in Italia. La capacità di offrire posti di lavoro, assistenza sanitaria, abitazioni e scuole, che sono gli indici su cui ci si basa per queste graduatorie, è ancora elevata, per cui si può ancora parlare, per il nostro territorio, di cultura dell’accoglienza.
Il fatto che esistano non solo opinioni, ma anche posizioni politiche contrarie non deve comunque farci deflettere da un impegno amministrativo, ma soprattutto di comunità, che riteniamo corretto e adeguato alla complessità delle problematiche inerenti l’accoglienza agli stranieri. E’ evidente che giorno dopo giorno “l’asticella si alza” ed è sempre più difficile contrastare parole scagliate come pietre sull’opinione pubblica da chi non vuole affrontare il problema nella sua interezza mondiale, ma solo attraverso concetti slogan che inducono a false semplici soluzioni assolutamente inapplicabili.
E’ quindi proprio in questi momenti che dobbiamo dire con forza che il problema dell’accoglienza è legato alle grandi scelte mondiali sul clima, sulla fame, sulla capacità di far cessare i grandi interessi nei paesi africani ed asiatici.
8 – Quali sono, secondo Lei, i valori dai quali partire oggi per recuperare speranza e fiducia nel futuro?
Come ho già detto, le speranze di un futuro migliore sono affidate a una rivoluzione che ponga l’uomo (tutti gli uomini) al centro di ogni azione.
L’uomo come fine è l’obiettivo a cui tendere e a cui uniformare i modelli di crescita e i comportamenti sociali. Non ci sono scorciatoie e non possiamo pensare di delegare questa straordinaria “rivoluzione” del nuovo secolo a singole parti della società, è infatti evidente che solo la capacità di trovare una sintesi al pensiero di molti (razze, religioni, corporazioni, ecc.) potrà far sì che si imbocchi quel percorso virtuoso che possa portarci ad avere speranza e fiducia nel futuro.
9 – A che punto siamo con la costruzione di una città aperta e abitabile per tutti?
In questi otto anni abbiamo cercato di operare in funzione della costruzione di una città aperta e abitabile per tutti.
Questa costruzione non ha una data d’inizio e una data di fine lavori poiché viviamo in una realtà in rapida trasformazione e ci sono continuamente nuove esigenze e nuovi bisogni a cui rispondere.
Non saprei dire, quindi, a che punto siamo, so per certo che stiamo lavorando alacremente in questa direzione coinvolgendo tutte le forze interessate a questo disegno, ricercando ogni possibile collaborazione e adoperando tutte le risorse, finanziarie e umane, che abbiamo a disposizione.
Una città aperta è una città informata e che comunica e in cui tutte le sue componenti dialogano tra di loro.
Abbiamo perciò cercato di favorire tutte le forme possibili di dialogo, lottando contro forme di pregiudizi e di passatismo, cercando di superare le barriere culturali, etniche e religiose.
Una città abitabile per tutti significa assicurare a tutti i cittadini un sufficiente livello di qualità della vita, significa un tessuto urbano omogeneo, senza sacche di degrado; significa qualificare e connettere le aree periferiche con le funzioni civili, sociali e culturali più importanti, assicurare verde pubblico e parchi in tutti i quartieri, abbattere le barriere architettoniche, rendere la città maggiormente fruibile per gli anziani e i bambini e tante altre cose soprattutto in campo culturale le cui iniziative hanno registrato una notevole partecipazione da parte di cittadini di ogni ceto.
Ogni giorno ci sono difficoltà a declinare quanto sopra detto, ma non per questo dobbiamo desistere o farci prendere da forme di scoramento: è solo la nostra determinazione che può determinare il cambiamento.
10 – Come promuovere la costruzione di una società, a partire dalla nostra comunità, nella quale la persona sia al centro della convivenza civile?
Nelle risposte alle domande precedenti penso di aver già dato sufficienti spunti, ribadisco quindi che la costruzione di una società che ponga la persona al centro della convivenza civile è un obiettivo che necessita del concorso e della collaborazione di tutti. Non solo la politica quindi, ma anche l’economia, la cultura, la scienza dovrebbero agire, non solo a parole, in funzione del raggiungimento di questo obiettivo.
Per quanto concerne l’Amministrazione comunale ritengo che si possano fare molte cose, a partire dal rapporto con i cittadini. I cittadini utenti devono essere informati in maniera semplice e chiara sugli atti amministrativi e devono avere un accesso agevole agli uffici con risposte rapide alle loro richieste.
Tutti i cittadini devono avere i medesimi diritti e pari opportunità e nessuno deve essere “lasciato indietro”.
La promozione della persona è quindi basata sulla estensione dei diritti, sulla qualità dei servizi erogati, sulla vivibilità della città, sulla coesione del tessuto sociale, sulla riduzione delle distanze economiche e sociali.
11 – Quali sono i settori economici sui quali puntare per andare oltre la crisi? (per gli imprenditori: come la Sua impresa sta affrontando questo momento di crisi? Guardando con fiducia al futuro, quali le previsioni sui tempi di ripresa? Ci sono prospettive per i più giovani?)
Per il territorio pordenonese vedo difficile, se non impossibile, pensare ad un’economia slegata dal manifatturiero, non credo ad un’economia locale che si sposta con forza sui servizi. Penso piuttosto che vada ripreso un ragionamento sul comparto agricolo, troppo velocemente accantonato nei decenni passati con scelte non certo lungimiranti. Per semplificare, vedo l’attuale composizione dei vari comparti economici non dissimile anche per il futuro, con però la necessità della “potatura di molti rami secchi” ed il recupero e rilancio dei comparti agricoli ed artigianali.
Sui tempi di ripresa non voglio dire alcunché, perché non intendo iscrivermi né al partito dei catastrofisti, né a quello degli ottimisti, e soprattutto, perché non sono un veggente.
12 – Quale senso rinnovato dare oggi al lavoro e quale motivazione recuperare sul piano della solidarietà tra lavoratori?
Se siamo coerenti con quanto detto in questa intervista è evidente che il lavoro e la solidarietà tra lavoratori e tra lavoratori e società, sono centrali rispetto alla figura umana e conseguentemente rispetto ad una visione di società il più possibile equa.
Come aiutare nella crisi: la scelta della Diocesi.
Mantenere chiara la domanda di riferimento è fondamentale nel momento in cui si vuole cercare soluzioni e ipotizzare scenari futuri, per evitare di fare lo sforzo di dare risposte magari corrette a domande sbagliate.
Proprio le risposte alla crisi non si può dire che siano mancate. Risposte che sono state fornite dagli Enti Locali e, in alcuni frangenti, delle strutture private in particolar le Banche: così moltissimi interventi sono stati annunciati e molte risorse sono state messe in campo.
Anche la Chiesa Diocesana si è mossa istituendo un fondo straordinario di solidarietà. Credo sia utile leggere con quali differenze la Chiesa Locale si è mossa rispetto a altri interventi presenti sul territorio (tipicamente di integrazione al reddito o di sospensione di rate).
Nell’utilizzo del Fondo si sta cercando di preservare la centralità della relazione: significa non “schiacciare” la persona sullo strumento ma creare uno strumento utile alla persona. Questo richiede un’azione faticosa sia da parte di chi aiuta, ma anche una capacità di rimettersi in discussione da parte di chi riceve l’aiuto. Infatti accedere al fondo non significa semplicemente valutare se esistono dei requisiti oppure no, ma significa avere il coraggio di farsi aiutare e di mettersi in relazione, di mettere in discussione i propri stili di vita.
Altra particolarità: la diocesi non ha chiesto ai fedeli contributi economici per la costituzione del fondo essendo la dotazione iniziale costituita con il contributo dei presbiteri. Quello che la diocesi chiede invece è tempo e voglia di mettersi a fianco dell’altro, per cui nella gestione del fondo partecipano volontari della parrocchia nella quale si trova la persona in difficoltà: uno strumento utile anche per ridare centralità al territorio come luogo di relazione.
Infine non sono stati delineati requisiti stringenti nell’accesso al fondo per evitare che alla fine i più svantaggiati rimangano quelli che sono in crisi anche senza la crisi, che continuano a rimanere gli ultimi anche quando la schiera degli ultimi si ingrossa.
Uno strumento quindi diverso che cerca non di rispondere alla crisi ma a quelle che sono le cause della crisi se pensiamo che, oltre che economica, quella che attraversiamo sia una crisi sociale. Uno strumento che vuole anche coltivare la speranza che attraverso il discernimento che dalla crisi dovrebbe derivare in tutti gli ambiti si arrivi a nuove relazioni, nuovi stili di vita, nuove presenze.
dal GAZZETTINO, Giovedi 3 Settembre 2009
Il Comitato sta organizzando la Settimana sociale di ottobre. Dodici domande per capire il cambiamento.
Basterà attendere la fine della crisi e quindi la ripresa economica per stare nuovamente sereni? È da questa domanda che si aprirà la discussione nella Settimana sociale diocesana che si terrà dal 12 al 16 ottobre. Una prima risposta, anche questa oggetto di discussione è che non sarà sufficiente la ripresa per la tranquillità, perchè la crisi non ha solo una spiegazione prevalentemente tecnica, ma anche morale, valoriale, sociale e politica. Non può quindi essere rassicurante la sola idea di riprendere la crescita economica senza decisi aggiustamenti di rotta. La settimana sociale dei cattolici della Diocesi di Concordia - Pordenone sarà dunque l’occasione per un confronto serio sul futuro della società locale e del territorio. Il tessuto sociale e culturale pordenonese e portogruarese ha evidentemente bisogno di apporti che contribuiscano a motivare un profondo cambiamento. È tradizione che questo importante appuntamento per i cattolici della diocesi costituisca un momento di dibattito aperto e costruttivo, con un respiro del tutto laicale.
venerdì 4 settembre 2009
dal MESSAGGERO DI PORDENONE, Giovedì 3 Settembre 2009
L'ANNUNCIO:
Chiamate a raccolta le istituzioni nella Settimana Sociale diocesana. Interviste e convegni.
La crisi economica chiede risposte strutturali, risposte di lungo periodo, un nuovo modello sociale e non solo produttivo. E la Chiesa non resta in silenzio: chiama a raccolta i cristiani, le istituzioni, la politica, la società civile per cercare risposte che contribuiscano con speranza a costruire il futuro. Dalla prima enciclica sociale di Benedetto XVI, “Caritas in veritate”, partiranno i lavori della settimana sociale diocesana.
Sarà un percorso concentrato tra il 12 e il 16 ottobre alla Fiera di Pordenone, che proseguirà con iniziative mirate fino a ottobre 2010, quando a Reggio Calabria si riunirà la settimana sociale nazionale. E per aprire il tavolo sulla crisi la diocesi di Concordia Pordenone ha chiamato in causa testimonial privilegiati: rappresentanti del mondo delle istituzioni, della politica e dell’economia, che sono stati intervistati – per ora hanno risposto in sei - per analizzare il fenomeno. Il tema della settimana è “Un’agenda di speranza per il futuro: economia, lavoro, politica e presenza dei cristiani”. Partendo da questo obiettivo «vogliamo offrire un luogo di confronto – ha spiegato il vicedirettore della Caritas, Stefano Franzin (che fa parte del comitato per la settimana sociale), che sia da stimolo prima di tutto per i cristiani. La crisi alimenta il rischio di rimanere chiusi nei propri oratori, confinati nelle realtà che funzionano. Invece oggi più che mai dobbiamo essere aperti. E’ il momento del dialogo tra la chiesa e tutta la società perchè quello che oggi manca sono i progetti a lungo termine, una visione che vada oltre l’emergenza. Che territorio vogliamo proporre nei prossimi dieci anni?». Lavoro, accoglienza, immigrazione, stili di vita, sono solo alcune delle facce del futuro, temi per discutere i quali «spesso mancano spazi deputati». La settimana sarà concentrata in tre serate, il 12 il 14 e il 16 ottobre, ognuna delle quali sarà aperta da una dedica a una personalità del cattolicesimo sociale (Sturzo, De Gasperi, La Pira), «perchè per costruire il futuro dobbiamo ricordarci da dove arriviamo». Un evento sarà la presentazione dell’enciclica papale da parte di monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente della Commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro. E proprio all’enciclica è dedicata una specifica iniziativa che prenderà il via a novembre, dopo la settimana: un corso di approfondimento (che proseguirà fino a giugno 2010), organizzato a Pordenone in collaborazione con l’istituto di scienze religiose, aperto a chiunque voglia analizzare gli aspetti teologici e pratici del messaggio papale. Il secondo momento di confronto voluto dalla conferenza è quello “virtuale”. Prima, durante e dopo l’evento di ottobre sarà attivo il blog http://settimanasocialepn.blogspot.com, in cui ciascuno potrà partecipare con interventi propri, o semplicemente leggendo quelli degli altri, alla costruzione di un’agenda di speranza per il futuro. Martina Milia
«Manca una risposta univoca nei confronti dei più deboli»
«In presenza della crisi – dice il sindaco Sergio Bolzonello - non c’è stata una risposta univoca nei confronti dei più deboli. I rapporti di solidarietà sociale si sono rafforzati e intensificati, producendo lodevoli e generose iniziative da parte di coloro che credono e praticano questo principio, mentre ci sono vasti strati di popolazione che ritengono che i problemi degli altri non li debbano riguardare. Proprio perché non c’è un modello di sviluppo sostenibile abbinato a stili di vita consoni a far sì che nessuno “rimanga indietro”, l’egoismo di molti prevale sull’altruismo di pochi. Il problema è far sì che gli esempi positivi diventino diventino parte del nostro vivere quotidiano di comunità. Chi ricopre cariche pubbliche o ruoli guida nella società civile non può non avere comportamenti eticamente ineccepibili». (m.m.)
«Aprire le porte alla solidarietà partendo da uno stile sobrio»
«È necessario richiamare i cristiani – analizza il direttore della Casa dello studente, don Luciano Padovese - a una coscienza di corresponsabilità e partecipazione al sociale. Non chiusi in sagrestia, né fermi sul sagrato delle chiese, ma presenti nelle piazze, nelle fabbriche con intendimento di testimonianza di vita prima che di parole. L’enciclica sociale di Papa Ratzinger è illuminante». E l’apertura alla solidarietà «dovrà accompagnarsi anche a uno stile di vita improntato a una più consapevole sobrietà. Diminuiscono i consumi dei generi necessari, ma aumentano quelli superflui. Almeno si imparasse la lezione di Platone che camminava a piedi scalzi, ma frequentava i mercati; però lo faceva – affermava lui – solo per rendersi conto di quante infinite cose si può fare a meno». (m.m.)
«Bisogna recuperare i valori evitando strumentalizzazioni»
«Il mondo economico, rappresentato dal presidente provinciale di Confcommercio, Alberto Marchiori, invita ad affrontare il futuro “con preoccupazione e realismo ma, nello stesso tempo, con la voglia di innovarsi trovando soluzioni che puntino con ottimismo a costruire un’economia più forte fondata sulla concretezza e sulla correttezza e serietà, pensando al guadagno come fine ultimo di un percorso imprenditoriale e non come elemento al di sopra di ogni e qualsiasi cosa” Ecco perché l’economia non basta: per affrontare la crisi serve “il recupero dei valori etico-morali che sono alla base di qualsiasi sistema economico-sociale. Dobbiamo renderci conto che la convivenza deve essere migliorata con l’attuazione di politiche d’integrazione a tutto campo senza strumentalizzazioni politiche da ogni parte”. (m.m)
lunedì 3 agosto 2009
dal GAZZETTINO, Mercoledì 24 Giugno 2009
«Le persone non sono una zavorra»
San Vito al Tagliamento
«State subendo una discriminazione: auspico un sussulto di coscienza». Il monito rivolto ai dirigenti del Gruppo Luvata è del vescovo Ovidio Poletto, ieri in visita allo stabilimento. Ad accogliere il presule, i sindacati e più di una dozzina di sindaci di Comuni sparsi tra le province di Pordenone e Udine (con tanto di fascia tricolore), è stato il direttore dello stabilimento Franco Mantovanelli che, nel presentare l’azienda (a tratti con voce commossa), ha evidenziato «il patrimonio che stanno rovinando. E non sto parlando dei macchinari che si possono sempre comprare ma delle persone, del team che fa grande questo stabilimento». Al termine del tour, un grande applauso ha accolto l’arrivo del vescovo: di fronte c’erano tutti i lavoratori dello stabilimento (oltre i 150 dipendenti, anche figli piccoli e parenti). «È una brutta vicenda – ha esordito il presidente del Consorzio Ponte Rosso, Roberto Campaner -: mi viene un groppo alla stomaco per come sono stati calpestati i principi etici del mondo del lavoro». A nome di tutti i sindaci presenti, ha preso il microfono quello di San Vito al Tagliamento, Gino Gregoris: «Si tratta di un esempio "nero" di come taluni industriali intendono il lavoro». Ha poi annunciato che verrà elaborato un ordine del giorno e ha concluso assicurando ai lavoratori: «Non vi lasceremo soli». Loredana Dreosto, la rappresentante dei dipendenti, ha parlato a nome di tutti: «Ci hanno tolto la dignità». Cristiano Pizzo della Fim-Cisl (c’erano pure Renato Pizzolito e Daniele Morassut) ha riassunto quando avvenuto nelle ore precedenti a Udine, al tavolo tra proprietà, sindacati e Regione, riaffermando l’obiettivo primario: «Riuscire a prendere tempo, 30 giorni per elaborare soluzioni alternative alla chiusura». Massima attenzione per l’intervento del presule: «Prima di tutto va riconosciuto il capitale umano e chi non crede in questi valori soffre di cecità e avarizia». Ha poi citato un documento della Cei («le persone non possono essere considerate alla stregua di zavorra») e si è appellato alla proprietà per «un’onesta di coscienza».
Emanuele Minca
Il messaggio del Vescovo, Monsignor Ovidio Poletto, sul caso Luvata.
Mi rivolgo a Voi come vescovo della diocesi di Concordia-Pordenone, nel cui territorio insiste anche il comune di San Vito al Tagliamento, dove c'è una sede della vostra azienda Luvata.
In questi mesi di crisi economica globale sono particolarmente attento alle questioni delicate del lavoro, perchè toccano la vita delle persone, delle famiglie e delle comunità.
Con questo spirito ho incontrato le maestranze della Luvata, nella sede di San Vito al Tagliamento, alle quali è stata comunicata la decisione della cessazione dell'attività. Non ho competenze per pronunciarmi sugli aspetti economici, gestionali o di mercato delle imprese. Ritengo, invece, mio dovere manifestare la solidarietà mia personale e della comunità diocesana ai lavoratori che si sono visti improvvisamente privati del loro posto di lavoro. Questi lavoratori hanno dimostrato capacità, corresponsabilità e professionalità nei loro compiti. Hanno messo il loro capitale umano per lo sviluppo dell'azienda.
Auspico, perciò, che sia ripreso un confronto costruttivo tra le parti, nel rispetto della dignità delle persone e nella ricerca di soluzioni che, pur con i necessari sacrifici, salvaguardino la giustizia e il diritto al lavoro e permettano di individuare strade che aprano a nuove possibilità .
Rispettosi saluti,
+ Ovidio Poletto, Vescovo
